Blog Degli EspertiVoci Sahrawi

Spagna-Marocco: un partenariato strategico sulla pelle dei saharawi

di Mohamed Dihani

La relazione tra Spagna e Marocco si gioca su rapporti di forza ed equilibri precari, che affondano le radici nel passato coloniale ma che arrivano ad influenzare la storia recente anche del Sahara Occidentale. Il Marocco ha subito infatti il protettorato della Spagna dal 1912 al 1956, mentre il territorio del Sahara Occidentale è stato controllato dalla Spagna già da dopo la Conferenza di Berlino del 1884, chiamandolo inizialmente “Sahara Spagnolo”, poi “Rio de Oro”. Il nome “Sahara Occidentale” arrivò prima che Spagna, Marocco e Mauritania firmassero gli “Accordi di Madrid” il 14 novembre 1975: un passo con cui l’amministrazione venne trasferita a Rabat e Nouakchott senza consultare la popolazione locale e senza l’intervento delle Nazioni Unite. Sebbene la Spagna abbia dichiarato all’epoca la fine delle proprie responsabilità, l’ONU ha ribadito che il Sahara Occidentale rimane un “territorio non autonomo”, ovvero una regione dove il processo di decolonizzazione non è stato completato nel rispetto del principio di autodeterminazione.

Questo momento storico ha formato un’equazione complessa che persiste ancora oggi; il Sahara Occidentale non si è mai sottratto al conflitto di sovranità tra Rabat, che aspira all’annessione definitiva del territorio, e il Fronte Polisario, che rivendica il diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione. Ogni sviluppo nelle relazioni ispano-marocchine, sia politico che di sicurezza, comporta il richiamo di questa eredità coloniale accumulata. Così, il conflitto ruota ancora attorno a una memoria collettiva amara, dove il Sahara Occidentale resta sospeso tra la sovranità dello Stato e i diritti del popolo, tra il fulgore della forza militare-diplomatica e la realtà del conflitto umanitario e dei diritti.

Il caso Pegasuse “l’importanza della cooperazione bilaterale”
Il 2022 ha segnato una svolta drammatica nella politica spagnola riguardo al dossier del Sahara, quando il Primo Ministro Pedro Sánchez ha annunciato pubblicamente il suo sostegno al “piano di autonomia” marocchino, definendolo la “soluzione realistica e seria” al conflitto. Questo cambiamento non si è limitato al linguaggio dei discorsi politici, ma si è radicato come strategia pragmatica ben precisa: la Spagna è passata dal ruolo di arbitro internazionale neutrale a quello di alleato effettivo che gestisce i rapporti col Marocco in base alle priorità di Rabat, soprattutto nelle questioni dell’immigrazione, della gestione della pesca e della lotta al terrorismo, mentre il Marocco ha sfruttato la leva della pressione economica, arrivando a bloccare talvolta la circolazione delle merci verso Ceuta e Melilla, a ostacolare gli scambi commerciali e a intensificare il coordinamento di sicurezza ai confini ogni volta che cresce la necessità europea di contenere l’immigrazione irregolare.
Nonostante il volume degli scambi commerciali tra i due paesi abbia raggiunto nel 2022 livelli senza precedenti, superando i 22 miliardi di euro, questo boom è stato accompagnato da un silenzio eloquente di Madrid sul dossier dei diritti umani nel Sahara, come se lo scambio economico fosse diventato il prezzo del silenzio politico. E quando gli osservatori analizzano l’evoluzione del discorso ufficiale spagnolo, scoprono una contraddizione lampante: nel suo intervento all’Assemblea Generale dell’ONU nel 2023, Sánchez ha ribadito che la soluzione del conflitto deve avvenire “nell’ambito delle risoluzioni delle Nazioni Unite”, ma ha gradualmente abbandonato il principio dell’autodeterminazione, eliminando ogni riferimento al “referendum”, che era rimasto centrale nel discorso internazionale per decenni.
È ormai chiaro che questo cambiamento non è scevro da calcoli di sovranità; dinanzi alla crescente dipendenza economica e di sicurezza, il Marocco è diventato un “partner indispensabile” per la Spagna e per l’Europa meridionale, una chiave della stabilità nonostante le lacune nei diritti umani. Così, la crisi mostra come i calcoli pragmatici possano imporsi a discapito dei principi, in un’equazione in cui Madrid perde la capacità di sollevare interrogativi etici, in cambio della sicurezza strategica e degli interessi transfrontalieri.
In Spagna è esploso nel 2022 uno scandalo profondo di spionaggio, dopo l’ammissione ufficiale da parte del governo spagnolo della violazione dei telefoni di alte personalità istituzionali, tra cui il Primo Ministro Pedro Sánchez e la Ministra della Difesa, tramite il software “Pegasus”, specializzato nella sorveglianza informatica e sviluppato da una società israeliana con tecnologie classificate. Rapporti d’inchiesta firmati da Forbidden Stories hanno rivelato che il targeting non si è limitato ai massimi vertici della sicurezza, ma ha riguardato anche giornalisti e politici spagnoli, con chiari indizi che suggeriscono l’uso dello stesso software da parte degli apparati di intelligence marocchini.

Il paradosso non sta tanto nell’illecito informatico in sé, ma nella gestione ufficiale della vicenda: le indagini giudiziarie spagnole infatti sono procedute in maniera ambigua, con un iniziale archiviazione del caso a causa della “mancata cooperazione internazionale”, prima di essere riaperte nell’aprile 2024 su richiesta delle autorità francesi, senza tuttavia che le autorità spagnole abbiano mai formulato accuse dirette contro Rabat, nonostante le prove emerse che collegano gli attacchi informatici ai servizi segreti marocchini. Questa negligenza ufficiale di fronte a una chiara violazione dell’indipendenza nazionale ha generato scontri politici in Spagna, e si sono levate voci parlamentari di opposizione che accusano il governo di “cedere al ricatto politico” o di “arretrare di fronte a questioni che minano l’autonomia decisionale dello Stato”, in particolare nell’ambito di dichiarazioni ufficiali che giustificano il comportamento spagnolo come parte di una strategia di “gestione delle crisi”. Ad alimentare i sospetti si sono aggiunte le dichiarazioni di rapporti del Parlamento europeo e di media indipendenti che attestano l’uso di sistemi di intelligence marocchini con software analoghi per colpire anche funzionari e politici europei.

La comparazione con le reazioni francesi ha rivelato una differenza netta: mentre Parigi ha ritirato il proprio ambasciatore da Rabat dopo una crisi analoga, arrivando a dichiarazioni pubbliche del presidente francese, Madrid si è limitata a stringere le maglie dell’omertà mediatica e a ripetere formule diplomatiche tradizionali sull’“importanza della cooperazione bilaterale”. Questa discrepanza non riflette tanto una differenza europea sui valori, quanto piuttosto una crisi composta dell’indipendenza nazionale, in cui domina una logica di “interessi comuni” e “partenariato strategico” a discapito della legittimità del diritto, mostrando quanto sia complesso l’intreccio di interessi economici e di sicurezza tra Spagna e Marocco a scapito della sicurezza dei cittadini e dello Stato stesso.
Così, il caso “Pegasus” si è trasformato da procedimento giudiziario in dibattito politico che ha sconvolto l’opinione pubblica, portando fuori dall’isolamento sacro la questione dell’indipendenza nazionale e ponendo una domanda centrale: fin dove può spingersi la collaborazione internazionale di fronte a violazioni chiare che non vengono condannate ma giustificate dai politici?

Scambi commerciali e investimenti illeciti           
Il decennio attuale segna una svolta senza precedenti nelle relazioni economiche tra Spagna e Marocco: nel 2024, lo scambio commerciale tra i due paesi ha raggiunto un record storico, attestandosi tra i 22,7 e i 23 miliardi di euro, facendo della Spagna il principale partner commerciale del Marocco e il più importante partner europeo a livello di importazioni dal Regno. Le esportazioni spagnole verso il Marocco hanno superato i 12,8–12,9 miliardi di euro, mentre le esportazioni marocchine verso la Spagna non hanno superato gli 8,2 miliardi di euro. Oltrepassando il quadro delle merci tradizionali, oggi il commercio include macchinari, automobili, combustibili, fino a investimenti strutturali ambiziosi che si prevede supereranno i 45 miliardi di euro entro il 2050.
Di fronte a questo boom commerciale, emerge una domanda fondamentale: ha davvero senso la prosperità finanziaria se si fonda sul silenzio delle autorità di Madrid su vicende delicate, in particolare sui drammi dei diritti umani e sulla questione del Sahara Occidentale? L’aumento dell’influenza economica spagnola in Marocco è andato di pari passo con l’espansione diretta delle aziende spagnole in progetti vitali nel territorio conteso, nonostante ciò sia in palese contrasto con le risoluzioni delle Nazioni Unite che vietano gli investimenti in aree non autonome e non ancora completamente decolonizzate. Questa frattura tra guadagni commerciali e obblighi del diritto internazionale colloca la Spagna nel novero degli Stati che antepongono la logica del profitto ai principi.

Un esempio lampante di questa tendenza è l’emergere della società spagnola “Senator Hotel & Resort” nello sviluppo turistico della città di Dakhla, un’area che Rabat sogna di trasformare nel secondo maggiore polo turistico del Regno, ma che per i saharawi e le organizzazioni per i diritti umani rappresenta un modello di investimento illegittimo, poiché si svolge su una terra il cui destino è ancora indeterminato. Questa penetrazione economica, priva di una verifica in termini di diritti umani e legalità internazionale, equivale a un’implicita ammissione che l’interesse economico spagnolo prevale oggi sulla giustizia internazionale nel Sahara Occidentale. Così, il partenariato economico diventa un sostegno politico diretto alle pretese di sovranità di Rabat sul territorio, lasciando fuori dal calcolo il destino della sua popolazione.

Dall’evoluzione della cooperazione economica ispano-marocchina si evince che la crescita finanziaria non è un fenomeno neutro, privo di implicazioni politiche, ma è organicamente legata a cambiamenti geopolitici radicali nella visione di Madrid rispetto all’agenda di Rabat. All’espansione dei punti di contatto economici corrisponde il ritiro del discorso sui diritti e il restringimento dello spazio ufficiale per la critica sulle violazioni e sugli abusi che avvengono nel Sahara Occidentale. Il diritto internazionale vieta esplicitamente gli investimenti nei territori occupati, ma gli investimenti spagnoli avanzano senza tener conto di questo principio, rendendo l’impunità in materia di diritti umani un prezzo implicito del boom industriale e commerciale.

La magistratura internazionale: dove la giustizia si dissolve di fronte al predominio del pragmatismo
Nell’ottobre 2024, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha scatenato una bomba diplomatica annunciando l’annullamento degli accordi di pesca e agricoltura stipulati tra l’UE e il Marocco, stabilendo che qualsiasi intesa contestuale che non si basi sulla consultazione della popolazione del Sahara Occidentale – o che avvenga senza il suo consenso – è nulla e dovrebbe essere sospesa entro un anno dalla sentenza. La decisione della Corte è stata chiara e inequivocabile: è indispensabile rispettare la volontà del popolo Sahrawi come destinatario ultimo del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, in particolare riguardo al diritto all’autodeterminazione dei territori non ancora completamente decolonizzati.

Tuttavia, le posizioni ufficiali, sia della Spagna che dell’Unione Europea, non hanno seguito questa linea. Tra il momento della sentenza e l’avvertimento della Corte sull’inutilità di qualsiasi cooperazione al di fuori del quadro legale, la Commissione Europea si è affrettata a ribadire il suo pieno impegno verso il “partenariato strategico” con il Marocco, come se la sentenza fosse caduta in un vuoto politico indifferente ai valori della giustizia internazionale che le stesse istituzioni europee affermano di difendere. Questa paradosso non rivela solo una doppiezza tra parole e fatti, ma conferma che il nodo non sta nell’assenza di normative, bensì nella volontà di aggirare la chiarezza della legge.

Così, il quadro che si delinea in Europa è scioccante: una magistratura indipendente che si erge con fermezza di fronte alla violazione, ma che rimane sola contro una politica internazionale che ha fatto del pragmatismo il proprio slogan, dove gli interessi economici e la stabilità securitaria vengono branditi come argomenti sufficienti per superare le sentenze dei tribunali internazionali. E mentre le istituzioni europee alzano la bandiera dei valori e dei diritti, le decisioni giuridiche si scontrano con un muro di interessi transnazionali, costringendo i diritti a retrocedere sotto il peso del profitto e della stabilità.Davanti a questa convivenza problematica tra una giustizia equa e una politica slegata, l’Europa si trova a guardarsi allo specchio della storia: rimarrà una roccaforte di valori quando si trova dalla parte del perdente? O continuerà a sospendere i principi all’ombra degli interessi contingenti, mentre la legge attende in punta di piedi un equilibrio che forse non arriverà mai?

Lo spazio aereo del Sahara: un campo di scontro tra legalità e realtà effettiva
Per decenni, lo spazio aereo del Sahara Occidentale è rimasto formalmente sotto la supervisione dell’Autorità aeronautica spagnola (AENA), che gestisce il traffico aereo dal suo centro di Las Palmas de Gran Canaria dal 1976. Tuttavia, lo scenario è cambiato significativamente negli ultimi anni: il Marocco esercita ormai un controllo effettivo su circa il 15-20% dello spazio aereo del territorio, dichiarando zone di esclusione militari e operandovi direttamente senza alcun coordinamento ufficiale con la Spagna. In questo contesto, il Marocco ha imposto nuove denominazioni e codici aeroportuali nelle aree sotto il suo controllo, senza che le autorità spagnole abbiano reagito con decisione o intrapreso iniziative per fermare questa crescente prepotenza.

La Spagna, attraverso il suo parlamento, non era certo inconsapevole della gravità della situazione: i suoi membri hanno ripetutamente approvato risoluzioni non vincolanti che condannano qualsiasi trasferimento della sovranità aerea, considerandolo un implicito riconoscimento delle pretese marocchine sul territorio conteso. Tuttavia, la tattica concreta non è mai salita al livello di una reale iniziativa diplomatica o militare, alimentando dubbi sulla possibilità di preservare la sovranità aerea in un contesto in rapida trasformazione.
Il paradosso non si limita alle manovre bilaterali: fonti mediatiche rivelano che il dossier dello spazio aereo è ormai inserito in un contesto più ampio, legato alla normalizzazione delle relazioni con le città contese di Ceuta e Melilla, dove Rabat cerca di utilizzare questa carta tecnica come terreno negoziale per ottenere vantaggi strategici di sicurezza, politica ed economia. Così, la questione non è più solo una questione aerea tecnica, ma un problema geopolitico direttamente connesso a una serie di dossier interdipendenti che alimentano la crescente influenza marocchina.

Nel pieno di questa situazione contraddittoria, le reazioni ufficiali spagnole rischiano di aumentare la confusione dell’opinione pubblica: il Ministro degli Esteri José Manuel Albares tende a minimizzare le violazioni, definendo le preoccupazioni crescenti “teorie del complotto”, mentre parla di una “tabella di marcia trasparente con il Marocco” che dovrebbe tutelare gli interessi di entrambi i paesi. Queste dichiarazioni, tuttavia, non hanno aperto la strada a chiarimenti giuridici o strategici concreti, anzi, hanno reso la situazione più ambigua e sollevato interrogativi sul destino delle basi aeree storiche spagnole nella regione, e se continueranno a sottostare al diritto internazionale o diventeranno una zona grigia al di fuori delle regole globali.

Il dossier dei rifugiati Sahrawi: tra pressioni politiche e obblighi di giustizia
Nel settembre 2024, il Ministero dell’Interno spagnolo ha respinto le richieste di asilo di dieci attivisti Sahrawi i cui nomi erano presenti all’aeroporto di Madrid-Barajas, minacciandone la deportazione. Questa decisione ha spinto parlamentari di diverse correnti dell’opposizione e del governo a paragonare il provvedimento a una “chiara violazione del diritto internazionale”, in particolare del principio di non respingimento (non-refoulement), che rappresenta la base per la protezione dei rifugiati dal ritorno forzato nelle zone di conflitto o di persecuzione.

La questione non si è però ridotta a un semplice rifiuto amministrativo occasionale; un rapporto della ONG CEAR nel 2025 ha confermato che i richiedenti asilo continuano a essere trattenuti in modo arbitrario nelle sale dell’aeroporto, in un ambiente caratterizzato da sovraffollamento e carenze igienico-sanitarie, con una palese violazione dei tempi massimi previsti dalla legge per la detenzione amministrativa. Questa situazione mette in luce un’ennesima doppia morale: nonostante l’impegno ufficiale della Spagna a rispettare i diritti umani, il destino dei Sahrawi rimane in balia dei calcoli politici tra Rabat e Madrid.

Osservando l’evoluzione storica, si nota che il comportamento della Spagna verso i rifugiati Sahrawi non è mai stato neutrale, ma si è trasformato in una “leva di pressione” che garantisce a Rabat vantaggi politici ogni volta che cresce la tensione tra le due capitali. Questa strumentalizzazione trasforma il diritto d’asilo – che dovrebbe essere incondizionato e protettivo – in uno strumento di equilibrio diplomatico che ignora le basi giuridiche ed etiche della materia. Nonostante ciò, sia Bruxelles che Madrid continuano a tacere sulla sorte di oltre 173mila rifugiati Sahrawi che vivono nei campi vicino a Tindouf, in Algeria, lontani dall’attenzione internazionale, dove mancano il sostegno umanitario, e dominano povertà, malnutrizione e mancanza di diritti fondamentali.

Così, la domanda diventa centrale: il diritto d’asilo deve restare un diritto legale della persona perseguitata, o diventa una carta negoziale nelle mani della politica? La questione non riguarda solo una crisi umanitaria, ma chiama in causa la reale volontà dei Paesi avanzati, di fronte agli interessi strategici, di rispettare i principi di giustizia e diritti umani che proclamano a parole, ma che poi confinano sempre entro i limiti imposti dalla logica del profitto.

Il dilemma tra principio e interesse nelle relazioni ispano-marocchine
In conclusione, la crisi ispano-marocchina rivela una frattura profonda tra la logica dei “principi” e quella del “realismo politico”. Mentre i volumi commerciali crescono e la cooperazione di sicurezza si consolida, aumenta il sospetto tra i rifugiati sahrawi e gli attivisti della società civile, mentre gli strumenti giuridici internazionali, tanto celebrati dall’Europa, si trasformano in meri suggerimenti negoziali o armi di ricatto politico – niente più! Qui sorge la domanda: chi può chiedere conto agli attori internazionali quando il denaro e la stabilità diventano preoccupazioni più urgenti del dovere etico e legale?

Per ristabilire l’equilibrio auspicato, è necessario:
– Disciplinare il partenariato economico e di sicurezza: ovvero, subordinare qualsiasi forma di cooperazione finanziaria o di sicurezza tra Spagna, Unione Europea e Marocco all’esplicito rispetto dei diritti umani e delle sentenze delle corti europee da parte di Rabat, evitando di limitarsi a dichiarazioni retoriche o comunicati congiunti privi di applicazione concreta.
– Proteggere il diritto individuale all’asilo: Ovvero, abolire la politica dei rimpatri forzati nei confronti dei sahrawi e garantire procedure di asilo eque ed efficaci, lontane da negoziati politici o pressioni economiche che trasformano il rifugiato in una semplice pedina di conflitto.
– Internazionalizzare il controllo parlamentare: Ovvero, istituire meccanismi legislativi congiunti (spagnoli ed europei) per monitorare qualsiasi negoziato o accordo sullo spazio aereo o sulle risorse del Sahara, assicurando la reale partecipazione dei sahrawi a tali processi, per evitare che si prendano decisioni su di loro senza il loro consenso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio