Non classificato

L’ultima colonia d’Africa non si arrende

Di Mohamed Dihani


Lunedì 27 ottobre, mentre il mondo continua a discutere le crisi geopolitiche nel linguaggio della diplomazia, nei campi profughi sahrawi è esplosa una verità che nessun comunicato ufficiale può più nascondere: il popolo del Sahara Occidentale non accetterà alcuna soluzione che sacrifichi il suo diritto all’autodeterminazione sull’altare degli interessi delle grandi potenze.

Decine di migliaia di sahrawi sono scesi nelle strade dei campi profughi nel sud-ovest dell’Algeria, sventolando bandiere nazionali e scandendo slogan che non lasciano spazio a interpretazioni. Non si tratta di una protesta spontanea e disperata, ma di una risposta politica consapevole e necessaria a ciò che sta accadendo nelle sale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: il tentativo americano, sostenuto da Francia, Spagna, Belgio, Israele ed Emirati Arabi, di trasformare una questione di decolonizzazione in un normale conflitto regionale da risolvere imponendo la sovranità marocchina.

La mobilitazione popolare arriva in un momento cruciale. Pochi giorni fa, il Fronte Polisario aveva presentato al Segretario Generale dell’ONU una proposta dettagliata per rilanciare il processo politico su basi chiare: autodeterminazione sotto la supervisione delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana, dialogo diretto con il Marocco senza precondizioni imposte, rispetto assoluto della Carta ONU e delle risoluzioni che da decenni affermano il diritto del popolo sahrawi a determinare il proprio futuro. Una proposta seria e costruttiva che parte dal riconoscimento della realtà giuridica internazionale.

La risposta di Washington è stata l’esatto opposto: una bozza di risoluzione che legittima di fatto l’occupazione, presenta il piano di “autonomia” marocchino come unica soluzione credibile, cancella nella pratica cinquant’anni di lotta per la decolonizzazione e invia un messaggio devastante al mondo intero. Se questa linea dovesse passare, il Consiglio di Sicurezza direbbe per la prima volta dalla sua fondazione che l’annessione militare può essere accettata, purché sostenuta dalle potenze giuste.

Ed è proprio contro questa deriva che si sollevano le piazze sahrawi. I manifestanti sanno bene cosa significhi vivere in esilio da mezzo secolo, sanno cosa vuol dire aspettare un referendum promesso e mai realizzato, conoscono il peso dell’occupazione militare che divide le famiglie e li priva dei diritti fondamentali. E proprio per questo rifiutano categoricamente qualsiasi soluzione che non parta dal riconoscimento della loro sovranità sul territorio.

Le testimonianze raccolte dall’agenzia di stampa sahrawi nei campi sono inequivocabili: questa mobilitazione non è una semplice richiesta di solidarietà internazionale, ma una dichiarazione di principio. Ogni tentativo di imporre dall’esterno progetti già respinti dal popolo sahrawi è destinato al fallimento. Ogni compromesso che sacrifichi il diritto all’autodeterminazione non produrrà pace, ma solo un nuovo congelamento di un conflitto irrisolto.

L’ampia partecipazione di tutte le generazioni sahrawi – dai veterani della resistenza ai giovani nati nei campi – dimostra che non si tratta di nostalgia o idealismo, ma di una consapevolezza politica matura: senza giustizia non c’è stabilità, senza diritti riconosciuti non c’è soluzione duratura. Il popolo sahrawi si presenta ancora una volta come custode della legalità internazionale in una regione dove questa viene sistematicamente calpestata.

Il messaggio che arriva dalle strade dei campi profughi è diretto e impossibile da ignorare: la comunità internazionale deve scegliere se vuole essere fedele ai principi che proclama – autodeterminazione, diritti umani, decolonizzazione – oppure se preferisce piegarsi alla logica cinica dei rapporti di forza. Non esistono vie di mezzo. Non esistono “soluzioni realistiche” che ignorino la volontà di un popolo intero.

Questa mobilitazione sahrawi rappresenta uno degli ultimi appelli morali rivolti a un sistema internazionale sempre più fragile e contraddittorio. Se l’ONU continuerà a chiudere gli occhi davanti all’occupazione del Sahara Occidentale, se il Consiglio di Sicurezza approverà la risoluzione americana che legittima l’annessione, dovrà ammettere apertamente che il diritto internazionale si applica solo quando conviene alle potenze dominanti.

Le piazze sahrawi attendono una risposta. E la storia, prima o poi, presenterà il conto a chi ha scelto il silenzio.

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio