La rotta ombra del carburante russo via Marocco: sanzioni aggirate e poteri incrociati

Nel cuore della crisi energetica globale e delle sanzioni europee contro la Russia, documenti e inchieste europee svelano una rete complessa di contrabbando di gas e prodotti petroliferi russi verso i mercati europei tramite il Marocco, una filiera che coinvolge la falsificazione sistematica dei certificati di origine e il rebranding della merce. In questa catena spiccano figure chiave dell’élite politica ed economica marocchina: il Primo Ministro Aziz Akhannouch, il consigliere reale Fouad Ali El Himma e la stessa casa reale.
I dati delle dogane spagnole mostrano che solo nei mesi di marzo e aprile del 2025 i porti spagnoli hanno accolto 123.000 tonnellate di diesel proveniente dal Marocco, più dell’intera quantità importata nei quattro anni precedenti messi insieme. Questo aumento esponenziale ha insospettito le autorità spagnole sull’effettiva origine del combustibile. Secondo le stime, l’Unione Europea ha ricevuto oltre 100.000 tonnellate di carburante russo via Marocco e Spagna in violazione alle sanzioni imposte sul Cremlino.
Il Primo Ministro marocchino Aziz Akhannouch è al centro di questa rete. Le sue aziende, in particolare Afriquia Gaz e Africa Gas del gruppo Akwa, svolgono un ruolo cruciale nell’importazione e riesportazione di carburante russo. Akhannouch, la cui ricchezza personale ammonta a 1,6 miliardi di dollari, ha acquisito attraverso le sue società asset strategici come la britannica Sound Energy, specializzata nel gas naturale liquefatto nel sud-est del Marocco. Nel 2022, Africa Gas ha ampliato ulteriormente la sua presenza regionale acquistando la filiale “Total Mauritania” di TotalEnergies per 185 milioni di dollari. Questo rapido consolidamento di posizioni nel settore energetico solleva dubbi sulle fonti di finanziamento e sugli obiettivi politici ed economici dietro tali operazioni.
Fouad Ali El Himma, consigliere chiave del re Mohammed VI, ricopre un ruolo determinante nell’orientare le strategie energetiche marocchine. Secondo documenti riservati, nel dicembre 2015 ricevette l’istruzione sovrana di sottrarre al governo ogni decisione sulle politiche energetiche, concentrando il potere nelle mani del Palazzo Reale. Questo ha permesso a El Himma di facilitare e garantire l’impunità alle attività di contrabbando senza che vi fosse una reale supervisione governativa.
La famiglia reale marocchina, tramite la holding SNI che detiene la maggioranza delle azioni della società energetica Nareva e numerose altre infrastrutture di energia rinnovabile, è tra le principali beneficiarie di queste dinamiche economiche. Documenti diplomatici americani rivelano come le decisioni di investimento più rilevanti nel Regno vengono effettivamente prese da poche figure di vertice, tra cui il re stesso.
Al centro della rete vi è un sistema sofisticato di falsificazione dei certificati di origine. Autorità come l’Office of Financial Sanctions Implementation britannico hanno più volte denunciato l’uso di documentazione alterata per mascherare l’origine russa di petrolio e fuel importati in Europa. L’assenza di un sistema normativo internazionale uniforme ha consentito di produrre certificati contraffatti in modo massiccio, facilitando così lo spaccio delle spedizioni come se fossero di origine marocchina. Diesel e gasolio vengono stoccati in depositi marocchini, occasionalmente miscelati o rietichettati, prima di essere riesportati verso l’Europa. Dal punto di vista economico, questa pratica appare illogica per un paese privo di raffinerie operative da anni, se non come sistema di triangolazione per aggirare le restrizioni.
Le autorità spagnole hanno ufficialmente avviato indagini su queste importazioni sospette, sotto la guida del National Fraud Office e delle agenzie per la concorrenza. I sospetti riguardano diesel etichettato come marocchino o turco che nasconde in realtà un’origine russa o iraniana, con diversi gruppi imprenditoriali coinvolti accusati di frode e sotto procedimento legale. Anche il governo spagnolo, attraverso la ministra della Transizione Ecologica, ha confermato l’impegno a verificare e bloccare qualsiasi prodotto la cui origine non corrisponda alle documentazioni presentate.
Dal punto di vista commerciale, le importazioni marocchine di gasolio russo sono esplose negli ultimi anni: da 600.000 tonnellate nel 2021 a oltre 2 milioni a gennaio 2023. Il Marocco si è così posizionato come hub fondamentale per il petrolio russo in Africa e nel mondo, approfittando del fatto che il paese non ha mai abbracciato le sanzioni europee sulle materie prime energetiche. Lo stesso Primo Ministro ha ammesso pubblicamente che l’importazione di carburante russo è consentita in Marocco analogamente al carbone, segnando una linea politica chiara e aperta al commercio con il Cremlino.
Parallelamente, da metà 2025 il paese è attraversato da proteste diffuse, soprattutto da parte del movimento GenZ212, che chiedono la caduta del governo Akhannouch e la fine del conflitto d’interessi e della speculazione nel settore energetico. La grande concentrazione di quote di mercato nelle mani di alcuni gruppi privati, tra cui quelli legati al Premier, ha sollevato critiche aspre per il caro carburante e la mancanza di trasparenza. Questo traffico si avvale inoltre di flotte di petroliere “ombra” che operano con il GPS spento, cambiano bandiera e mascherano le rotte dei carichi con trasferimenti in alto mare e rietichettature. Questi metodi si applicano in varie zone strategiche del Mediterraneo, da Tangeri a Ceuta, fino al Golfo di Guinea.
In conclusione, l’inchiesta dimostra come un intreccio di interessi istituzionali, politici e commerciali crei una rete strutturata e ben protetta che consente il contrabbando e la riesportazione del gas e del petrolio russo verso l’Europa tramite il Marocco. Aziz Akhannouch emerge come figura centrale di questa rete, con il sostegno politico di Fouad El Himma e il controllo indiretto della famiglia reale, protagonista di investimenti chiave nel settore energetico. Tale sistema non solo viola le sanzioni internazionali, ma riflette un livello profondo di corruzione e di conflitto di interesse dentro la nomenclatura governativa marocchina, destabilizzando al contempo il mercato energetico europeo e alimentando tensioni sociali interne.



